URINA, BACCHE E ACQUA DI RUSCELLO: I 6 GIORNI E LE 6 NOTTI DA INCUBO DI DAVIDE E CHIARA, BLOCCATI A QUOTA 1.700 METRI
Il drammatico racconto della coppia osimana salvata ieri mattina dal soccorso alpino. Dall'espediente estremo alla scoperta di un ruscello, vitale per sopravvivere: ecco come il coraggio e la tenacia hanno battuto l'inferno verde

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L’incubo di Chiara e Davide si è spezzato all’alba di ieri mattina, nel silenzio tagliente delle Dolomiti friulane.
Davide CESARONI, 41 anni, e sua moglie Chiara PESARESI, 38, come è noto sono stati ritrovati vivi tra le macerie di Casera Col Cadorin, in Friuli, provincia di Pordenone. Sei giorni di vuoto, di gelo e di lotta per la sopravvivenza che ha costretto questa coppia di sposi a fare i conti con la propria parte più primordiale.
Sono stati raggiunti da colleghi friulani a poche ore dal salvataggio: ecco la cronaca di un’odissea che per 6 lunghi giorni ha tenuto amici e familiari col fiato sospeso.
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L'inizio dell'incubo: il sentiero "fantasma"
Tutto doveva essere una sfida sportiva, un trekking ad anello di 41 chilometri tra il Rifugio Pordenone e il Rifugio Padova.
Un percorso accidentato in quota ma alla portata di due esperti come Davide (corriere farmaceutico e allenatore di rugby) e Chiara (architetto e ingegnere edile).
Ma a 1700 metri, la montagna ha cambiato volto.
"Avevamo studiato il percorso, ma il sentiero Marino ci ha giocato un tiro mancino", ha raccontato Davide ancora scosso.
Era un tracciato in disuso da anni, con la segnaletica sparita sotto la vegetazione. Siamo finiti in una selva fitta.
Il cellulare è diventato un pezzo di plastica inutile nel giro di poche ore.
Quando abbiamo capito che non c’era più via d’uscita, il bosco ha iniziato a sembrare una prigione".
Botta e risposta: i protagonisti raccontano
Davide, Chiara, quando il buio è sceso sulla prima notte, cosa vi siete detti? Qual è stata la prima vera decisione?
Chiara: "Non abbiamo avuto il tempo di disperarci. La decisione è arrivata subito: non consumare energia. Muoversi al buio, stanchi e confusi, sarebbe stato un suicidio. Abbiamo trasformato i ruderi di Casera Col Cadorin nel nostro rifugio.
Non una casa ma una tana fredda. Abbiamo intrecciato rami di pino per tappare gli spiragli di vento".
La parte più dura, quella in cui la curiosità si accende, è la gestione del corpo. Come si resta lucidi quando lo stomaco è vuoto per giorni?
Davide: "La fame è un rumore di fondo che impari a ignorare, ma la sete è un’emergenza che non ammette ritardi.
Nei primissimi momenti, pur di non disidratarci, abbiamo fatto ricorso all'urina.
È una scelta cruda, quasi inumana, ma quando il corpo va in crisi devi essere pragmatico. Poi, per fortuna, la montagna ci ha teso una mano: abbiamo trovato un ruscello limpido che ci ha salvato la vita, garantendoci l'idratazione necessaria.
Chiara, con le sue conoscenze, ha scandagliato il sottobosco: le bacche e le erbe spontanee che raccoglievamo sono state la nostra unica, minima risorsa per tenere la testa accesa".
Davide, lei è un allenatore di rugby. Quanto ha influito questa esperienza nel "tenere la barra dritta"?
Davide: "Ha fatto la differenza. Il rugby ti insegna che nel momento di massimo dolore non puoi fermarti, non puoi crollare.
Chiara è stata la mia roccia. Ci siamo divisi i compiti: lei studiava le risorse naturali, io gestivo la logistica del riparo e l’osservazione del cielo.
Senza una disciplina ferrea, dopo tre giorni saremmo impazziti".
Il momento della svolta: come siete riusciti a farvi vedere dall'elicottero?
Davide: "Il giorno precedente ci erano passati sopra, ma gli alberi ci nascondevano perfettamente.
Ero furioso, ma ho capito che dovevamo essere noi a cambiare posizione. Ho studiato la conformazione della gola: sapevo o meglio ho sperato che lì l'elicottero sarebbe dovuto scendere per forza.
Mi sono esposto, ho fatto segnali, mentre Chiara restava al riparo.
Quando ho visto il muso dell’elicottero puntare dritto verso di me e ho sentito il grido del pilota “Sei Davide?”, sono crollato.
È lì che ho capito che la vita era tornata a vincere".
Il ritrovamento e la corsa in ospedale
È stata una corsa contro il tempo che ha visto impegnati Soccorso Alpino, Vigili del Fuoco, Guardia di Finanza e Forestali.
La svolta decisiva è arrivata ieri mattina, quando alle ore 6.30 i soccorritori guidati dal comandante MARTINI hanno finalmente individuato la coppia.
Dopo il recupero, Davide e Chiara sono stati trasportati d'urgenza all'ospedale di Maniago.
Risultano affaticati, spossati, segnati dal gelo, ma salvi.
Se oggi sono qui, non è solo merito del loro istinto, ma della tenacia della madre di Davide.
È stata lei a far scattare l'allarme lunedì, percependo che quel silenzio di quattro giorni non era un semplice disguido da vacanza.
È stata la sua intuizione a farla rivolgere ai Carabinieri di Osimo e a mettere in moto l'intera macchina dei soccorsi.
Ora che Davide e Chiara sono al sicuro, la grande paura di questi sei giorni lascia spazio al sollievo di tutta la comunità.
Certo, di fronte a una storia del genere, viene naturale scambiarsi due chiacchiere: c’è chi si chiede come abbiano fatto a resistere e chi, giustamente, si interroga su quanto la montagna possa essere traditrice anche per chi si sente esperto.
Ma al di là delle polemiche o delle analisi, resta una verità semplice: Davide e Chiara sono tornati a casa.
E per una volta, in un mondo che corre sempre troppo veloce, la notizia più bella è che l’abbraccio di una famiglia e la determinazione di una madre hanno battuto, per una volta ancora, le insidie di una natura che non perdona.
Ben tornati a casa!
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