mercoledì, 08 luglio 2026

MALTRATTAMENTI SU MINORENNI NELLA MOSCHEA "TIMOR DI DIO": ARRESTATO A JESI IL MAESTRO DI CORANO

Ai domiciliari un "insegnante" bengalese di 47 anni, Mohammad Abdullah Razu, accusato di violenze brutali, umiliazioni e punizioni corporali inflitte a un gruppo di giovanissimi allievi nella "madrasa" di Viale della Vittoria. L'inchiesta lampo della Procura e soprattutto le telecamere piazzate dalla Squadra Mobile hanno fatto luce sulle condotte tenute all'interno della moschea "At-Taqwa"

Di Sandro Pangrazi | 08-lug-2026 5 min di lettura
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MALTRATTAMENTI SU MINORENNI NELLA MOSCHEA "TIMOR DI DIO": ARRESTATO A JESI IL MAESTRO DI CORANO

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di Sandro PANGRAZI

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Un bilancio umiliante, una verità che scuote le coscienze: sono circa quindici i giovanissimi che avrebbero subìto violenze tra le mura della moschea "At-Taqwa" di Jesi, situata in viale della Vittoria 8/B. 
Un contesto in cui l'attività di insegnamento era stata stravolta in una sistematica pratica di sopraffazione, fisica e morale. 
L'attività investigativa della Squadra Mobile di Ancona, protrattasi quasi per l'intero mese di aprile, ha finalmente accertato una realtà che Jesi non può più ignorare.

L’origine delle indagini: segnalazioni che pesano
Tutto ha avuto inizio grazie alla denuncia coraggiosa di un insegnante di una scuola pubblica ordinaria.

Davanti al docente, uno dei ragazzini si era sfogato, confessando le umiliazioni subite all’interno del centro di viale della Vittoria.

Raccolta la testimonianza, dettagliata e circostanziata, gli agenti del commissariato di Jesi hanno avviato le indagini, supportate da attività tecniche e intercettazioni ambientali.

Le telecamere nascoste piazzate dagli investigatori hanno immortalato scene giudicate inequivocabili, cristallizzando i comportamenti violenti dell’insegnante.

Mercoledì il blitz della Squadra Mobile e l'arresto
Nel pomeriggio di mercoledì 1° luglio, la cronaca ha segnato un punto di svolta. 
I poliziotti del Commissariato di Jesi, d’intesa con gli investigatori della Squadra Mobile, hanno effettivamente rintracciato Mohammad Abdullah RAZU presso la moschea jesina di viale della Vittoria, 8/B; dopo le formalità di rito, l'uomo è stato posto agli arresti domiciliari presso l'abitazione di via Giacomo Acqua, 8.

Il centro culturale islamico At-Taqwa (Timore di Dio) di Viale della Vittoria, 7/B di Jesi, al centro della vicenda

Un campionario di violenze gratuite e brutali
Secondo l'impianto accusatorio, l'uomo utilizzava metodi violenti e coercitivi per imporre la disciplina durante le lezioni della scuola coranica frequentata dai giovanissimi della folta comunità islamica jesina.

Non si parla di sevizie efferate, ma di sistematiche violenze fisiche e psicologiche: orecchie tirate con forza, penne puntate contro il corpo dei bambini per ‘lasciare il segno’ — un gesto dal forte impatto morale prima ancora che fisico — e punizioni esemplari.

Tra queste, l’obbligo di effettuare squat a ripetizione fino allo stremo, imposto per far percepire visivamente e dolorosamente il peso della fatica e della sottomissione.

Pratiche che il 47enne adottava con sconcertante nonchalance e per lungo tempo.

Per gli inquirenti l’aggravante è pesante: l’indagato avrebbe tradito la propria vocazione educativa, abusando del proprio ruolo spirituale e pedagogico.

Il paradosso del "Timor di Dio" e il gioco degli eufemismi
Il nome dell'associazione "At-Taqwa", che gestisce la moschea, significa letteralmente "Timore di Dio". 
Un paradosso atroce che la stampa nazionale – da Sky in giù – ha preferito edulcorare, definendo l'indagato un generico "insegnante di religione", lasciando praticamente intendere che si trattasse di un catechista di qualche parrocchia di campagna. 
La realtà omessa dalla grande stampa e da quella locale e invece tutt'altra: trattasi di un comodo paravento linguistico per non chiamare le cose con il loro nome: Mohammad Abdullah RAZU non è un catechista ma un maestro di Corano che impartiva lezioni in una moschea: ben altro di un docente di un istituto scolastico. 
Chiamare RAZU "insegnante di religione" è una cortesia lessicale che nasconde la realtà di un luogo dove, per circa quindici bambini, la formazione spirituale si è trasformata in una palestra di sottomissione fisica e mentale. 
La disciplina non era intesa come crescita morale, ma come esercizio di dolore, annullando, in nome del timor di Dio, ogni dignità dei piccoli allievi.

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Ormai più fedeli in moschea di venerdì che in chiesa di domenica
Oltretutto, a livello di fenomeno, non appare un dettaglio irrilevante sottolineare come la partecipazione popolare presso la moschea 'At-Taqwa' superi, nei momenti di massima affluenza del venerdì, quella riscontrata in diverse se non tutte le parrocchie cittadine durante le funzioni domenicali. 
Un dato che conferma come la struttura non sia una realtà periferica, ma un polo di riferimento per una vasta comunità. 
E proprio per questa sua centralità, il silenzio che per anni ha avvolto le pratiche educative impartite al suo interno appare ancora più assordante e inspiegabile.

Il coraggio della denuncia contro l'omertà
La domanda che scuote Jesi resta profonda, ma oggi ha una direzione precisa. 
Se è vero che l'omertà ha protetto per troppo tempo queste condotte, è altrettanto vero che la verità è emersa proprio grazie ad alcune segnalazioni coerenti e circostanziate di chi non ha temuto metterci la faccia. 
È stato il coraggio di chi ha rotto il silenzio a squarciare il velo su una realtà non accettabile. 
La violenza non è un metodo educativo ma sempre e solo un crimine: pretendere chiarezza totale significa ora assicurarsi che simili scempi non trovino più alcun scudo: né culturale né tantomeno religioso.

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