martedì, 12 maggio 2026

ENRICA CAMILLETTI: IL PARADOSSO DELLA "FOUNDATION", TRA RINFRESCHI DI GALA E DEGRADO URBANO

Mentre alla Nuova Fenice la Mait presentava ad istituzioni silenziose un programma dai toni "globali", a soli 300 metri i bancali fatiscenti di Palazzo Balleani-Baldeschi continuano a sfidare il decoro e la sicurezza. Tra catering d'élite e una sede storica dimenticata anche dalla Soprintendenza, Osimo si interroga sulla reale ricaduta sociale di un progetto che parla di futuro ma ignora le ferite aperte nel cuore della città

Di Sandro Pangrazi | 12-May-2026 5 min di lettura
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ENRICA CAMILLETTI: IL PARADOSSO DELLA "FOUNDATION", TRA RINFRESCHI DI GALA E DEGRADO URBANO

Enrica CAMILLETTI negli anni '70

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di Sandro PANGRAZI

Il rinfresco della "Nuova era"
Sabato pomeriggio, tra le vellutate poltrone del Teatro "La Nuova Fenice", è andato in scena il debutto ufficiale della Enrica CAMILLETTI TONTI Foundation. 
Un evento promosso dalla Mait SpA che, tra allestimenti floreali e un ricco catering di tutto rispetto — attenzione al particolare che ha certamente contribuito ad assicurare la folta presenza in sala — ha celebrato un "nuovo inizio condiviso" davanti alla cosiddetta "crema" della città. 
Già in apertura, colpisce tuttavia, l’ostinata volontà di utilizzare, come un vezzo, il termine inglese "Foundation".
Si tratta di un paradosso linguistico che oscilla tra il complesso di inferiorità e lo snobismo, entrambi "malattie" tipiche italiane: pare inseguirsi una patina di prestigio internazionale dimenticando che, storicamente, sono stati gli inglesi a tradurre l'originale italiano "Fondazione". E non il contrario. 

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La scelta della famiglia Camilletti-Tonti va in senso diametralmente opposto: snatura l'originale per farsi traduzione; in ciò segnando un netto distacco, ad esempio, dal radicamento locale della vecchia Onlus cardiologica sostenuta in vita dalla celebrata Enrica. 
Guardando poi al concreto della proposta, più che un obiettivo sociale, ciò che è emerso è parso ai più una sorta di programma politico in nove punti, spesso calati in lingua straniera su una città che meriterebbe più sostanza e meno marketing. 
E comunque: educazione, salute, cultura, progresso, istruzione, tutela del paesaggio, sport, solidarietà e rispetto. Quasi, anzi meglio di un programma elettorale.

La facciata laterale di Palazzo Balleani-BALDESCHI su piazza Don Minzoni negli anni 2000, 2010, 2020, 2026, ecc...

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Una ferita aperta a 300 metri dal brindisi
Questa proiezione "dottrinale" e internazionale si scontra violentemente con la realtà che giace, dimenticata nella polvere, a soli 300 metri dal teatro. 
Parliamo di Palazzo Balleani-Baldeschi, situato proprio di fronte al Comune: una ferita aperta da tempo nel cuore di Osimo. 
L'edificio nei secoli scorsi, già sede del Consiglio comunale, rappresenta forse il luogo simbolo più iconico della storia cittadina. Oggi, mentre oltre metà della struttura giace in abbandono, come dimenticata di costituire un problema anziché una risorsa, anche il piano nobile resta negato alla vista dei cittadini e a qualsiasi attività. Eppure, quegli spazi sono celebri per le ricche decorazioni pittoriche e i raffinati soffitti a stucco che ornano, anzi ornavano, l'ex circolo di Lettura "Vetus Auximon", oggi ridotto a uno dei tanti ambienti nobili in attesa di un recupero che non arriva mai.

Maria Grazia TONTI, a teatro, illustra il suo progetto di Fondazione dedicato alla mamma.

I bancali in degrado del montacarichi sopra Piazza Don Minzoni
Il simbolo plastico di questo paradosso è un dettaglio che gli osimani conoscono fin troppo bene alzando gli occhi da Piazza Don Minzoni: un’impalcatura di ancoraggio sul lato perimetrale della facciata. 
Una struttura "provvisoria" di un montacarichi, appoggiato su bancali ormai pericolosi, abbandonata in bella vista e sospesa nel mezzo di un’architettura in raffinato stile veneziano, ricca di bifore e archetti. Quel legno infracidito, in bilico sul vuoto e pure sulle teste dei passanti, sfida il decoro e la sicurezza da oltre vent'anni, nel silenzio anche della Soprintendenza, che pare non vedere l'insulto quotidiano a un bene di tale pregio.
Il tutto proprio mentre a pochi passi, sabato, tra un pasticcino e un brindisi di buon augurio, si discuteva di amenità mondiali, sorrette da sano spirito provinciale, come le "trasformazioni della società contemporanea".

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Il deserto dell'impegno e il silenzio degli eletti
Colpisce che la famiglia, certamente nella "top five" dei patrimoni locali, se non al primo posto, non sia ad oggi ricordata per aver sostenuto concretamente (almeno in pubblico) una qualsiasi delle iniziative del territorio: dallo sport alla cultura, fino alla politica locale. 
Un isolamento che alimenta il sospetto di trovarsi di fronte ad un fenomeno non nuovo ad Osimo: l'ennesima operazione di facciata, utile a posizionarsi su palcoscenici globali ma strutturalmente priva di ricadute sociali reali per i suoi abitanti. 
In questo contesto, appare assordante il silenzio delle istituzioni: la Sindaca Michela GLORIO, nel suo intervento, si è ben guardata dall'affondare il colpo, limitandosi alle congratulazioni d'ordinanza ma evitando dal rivendicare alla nascente Fondazione un impegno, anche minimo ma concreto, per la cura della città.

L'occasione mancata: oltre la retorica
L'evento di sabato, nonostante i ringraziamenti ai tecnici e i pregevoli aneddoti sul lato umano della signora Enrica, temiamo resterà un'occasione sprecata. Una delle tante. 
L'iniziativa, poco ma sicuro, avrebbe avuto ben altra credibilità se fosse servita ad annunciare il risanamento di Palazzo Balleani-Baldeschi invece di limitarsi ad annunciare di essere animati dal desiderio di "custodire valori" in un teatro messo gentilmente a disposizione dal Comune. 

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Scegliere un palco pubblico per declamare programmi di indirizzo politico, poi, mentre a soli 300 metri i bancali ammuffiscono sulle bifore veneziane dell'antica sede consiliare, riduce l'avvento della nuova Fondazione ad un puro esercizio di retorica autoreferenziale. 
Osimo avrebbe particolare urgenza di un "nuovo cammino" sui social, ma di una proprietà che torni finalmente a prendersi cura della propria casa. Magari per restituirla, anche solo idealmente, alla città.

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