MA CHE VOGLIONO DA JESI? GIU' LE MANI DAL NOSTRO SAN FRANCESCO
Mentre oltre confine si firmano petizioni e si parla di "strappi storici", Osimo si tiene stretta l'opera che custodisce con cura dal 1825. Ecco perché il "derby" artistico dell'anno si gioca tutto in difesa della nostra Basilica


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L’assalto da Jesi: la pretesa del ritorno
Sembra proprio che a Jesi abbiano deciso di movimentare l'ottavo centenario della morte di San Francesco puntando gli occhi sul patrimonio di casa nostra.
Oltre dieci associazioni, guidate dalla Luaj (Libera università adulti di Jesi), hanno infatti lanciato una petizione ufficiale per "riportare a casa" il prezioso affresco del XIV secolo che da generazioni accoglie i fedeli nella nostra Basilica di San Giuseppe da Copertino.
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Ma la domanda che sorge spontanea tra i vicoli di Osimo è una sola: dopo due secoli di onorata custodia, perché dovremmo privarci di un pezzo così prezioso del nostro mosaico devozionale?
Le radici del Trecento e l'iscrizione "contesa"
La storia, dicono gli esperti jesini, parla chiaro: l'opera nacque su una colonna della chiesa di San Nicolò a Jesi nel Trecento, proprio per commemorare il passaggio del Poverello d'Assisi nel secolo precedente.
Lo conferma persino un'iscrizione aggiunta all'affresco.
Tuttavia, il destino ha voluto che nel 1825 l'immagine venisse staccata e, dopo mille peripezie, trovasse finalmente pace e protezione qui a Osimo.
Un "trasloco" che dura da duecento anni può essere davvero considerato un errore da riparare o è ormai storia consolidata?
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Il mistero dei "gemelli" separati nel 1798
Il punto fermo dei vicini jesini riguarda il cosiddetto “Sangue Giusto”, un affresco rimasto a Jesi nella chiesa di San Giovanni Battista.
Secondo gli studi, le due opere erano in realtà una cosa sola: stessa mano, stessa epoca, stesso autore.
La tesi è semplice: per capire il San Francesco bisognerebbe vederlo accanto al suo gemello.
Ma se Jesi reclama la riunificazione, Osimo risponde con la forza dei fatti: qui l'opera ha trovato una nuova identità, diventando un punto di riferimento per i nostri pellegrini.

Non semplici custodi, ma protettori
Mentre da Jesi l'istanza viene definita "ferma ma non provocatoria", dalle parti nostre si rivendica il merito di aver salvato l'opera dall'oblio.
Quando l'affresco arrivò a Osimo, non fu messo in un magazzino, ma onorato e preservato dal degrado che spesso distrugge le opere staccate dalle pareti originali.
Per la comunità osimana, quel volto è diventato parte del panorama spirituale cittadino, un legame che non si può sciogliere con una semplice firma su una petizione.
L’istanza ufficiale: ecco chi deve decidere
La mobilitazione jesina non è rimasta solo una chiacchiera da bar. L'istanza, a quanto pare, è stata inoltrata ufficialmente a tre soggetti chiave: alla Diocesi di Jesi, all’Ordine Francescano dei Conventuali e alla Soprintendenza delle Belle Arti.
Sono loro i destinatari di questa pressione culturale che mira a scardinare il legame tra l'affresco e la nostra città.
Spetta a queste autorità decidere se l'opera debba restare dove è stata amata per duecento anni o se debba tornare alla città a cui è legata "sul piano storico-artistico e del culto".
Guida alla visita: il "volto" che tutti amiamo
Per chi volesse rendersi conto di cosa stiamo parlando, basta entrare in Basilica e percorrere la navata destra.
Tra il secondo e il terzo altare, incastonato come un gioiello nella parete, c'è lui: il San Francesco conteso.
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Curioso notare come per molti osimani quel frammento di Trecento dai colori terrosi sia noto da sempre come il "volto della Madonna", a prova di quanto sia entrato nel cuore della gente.
Il derby è aperto, ma Osimo non sembra intenzionata a fare sconti: la storia non si cancella con un colpo di spugna.

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