SE IL SACERDOTE SCENDE DAL PULPITO PER SALIRE SUI TETTI: I RISCHI DELL'EDUCAZIONE "GOLIARDICA"
Di fronte all’incidente dell'ultima gita scolastica, le parole di Don Paolo Volpe aprono una riflessione necessaria: quando il desiderio di empatia travolge il senso del ruolo, chi ne paga le conseguenze?


https://www.dottromaldini.com/
di Sandro PANGRAZI
Un recente post, sulla propria pagina Facebook di Don Paolo VOLPE, sacerdote a Villa Costantina (Loreto) e docente di Religione al Corridoni-Campana, riguardo il "fuori programma" etilico, avvenuto la settimana scorsa a Ostuni, con conclusione della vicenda letteralmente definita dal sacerdote come "miracolata", sta sollevando un ulteriore polverone su un episodio che invece meriterebbe di essere esaminato, corretto ed archiviato.
Ti interessa quello che leggi? Sostieni OSIMO OGGI con un caffè. Clicca qui: https://www.paypal.com/pool/9oKV6s3or1?sr=wccr
Post, al contrario, ripreso in parte anche stamani da "Il Resto nel Carlino", nello stralcio però più buonista e meno interessante delle riflessioni del "don".
Se da un lato Don Paolo ha il merito di difendere la categoria dei docenti accompagnatori — sempre più soli davanti a responsabilità legali e civili enormi — intervento da esperto in materia dall’alto di 7 anni di gite scolastiche, pagate in busta paga, al ritmo frenetico variabile dai 2 agli addirittura 5 viaggi l'anno! - dall'altro devia su un terreno pedagogico assai scivoloso.
L’elogio dell’incoscienza?
Don Paolo sceglie la via della "confessione" per avvicinarsi ai ragazzi: ammette di aver scavalcato tetti e terrazzi in gioventù per raggiungere le compagne di classe.
Un aneddoto che vorrebbe essere empatico ("ero adolescente anch'io") ma che finisce per suonare come una pericolosa normalizzazione del rischio.
Definire "normale" la trasgressione che mette a repentaglio la vita non è solo un’imprecisione statistica, ma un errore educativo.
Esistono migliaia di adolescenti che vivono la propria giovinezza nel rispetto delle regole e del proprio corpo, senza sentire il bisogno di sfidare il vuoto per sentirsi "vivi".
Presentare l’incoscienza come una tappa obbligata della crescita rischia di sminuire proprio quei ragazzi che il buonsenso lo usano ogni giorno.
La crisi del ruolo: tra testimoni e "adultiscenti"
Il sacerdote critica aspramente i "genitori-chioccia" e gli "adultiscenti", ma sembra non accorgersi di cadere in una trappola simile.
Un educatore, e a maggior ragione un prete, dovrebbe rappresentare un punto di riferimento saldo, un testimone di valori che il tempo ha saputo temprare.
Sbandierare errori di gioventù che meriterebbero semmai il riserbo della maturità — o un pizzico di sana vergogna — rischia di trasformare l’adulto in una sorta di "adolescente nostalgico" in cerca di approvazione.
Se l’adulto si mette sullo stesso piano del ragazzo, rivendicando le proprie "cazzate" (termine usato dallo stesso Don Paolo) come medaglie di guerra, viene meno quel confine necessario affinché il giovane possa orientarsi.

https://www.facebook.com/alsolitoposto.osimo
L'estetica del ruolo
Basta guardare la cura quasi scenografica delle immagini che ritraggono don Paolo — pose studiate e paramenti ricercati — per percepire una contraddizione stridente.
Da un lato c'è l'ostentazione dell'iconografia sacra, dall'altro una narrazione che scende al livello della goliardia più spicciola.
Questa oscillazione tra la solennità della veste e il richiamo "ai tetti" del passato non sembra un ponte educativo, ma piuttosto una forma di protagonismo che rischia di offuscare la vera missione del testimone.

"Don Paolo Volpe in una posa studiata con paramenti solenni: un'immagine che stride con il racconto 'goliardico' delle trasgressioni giovanili affidato ai social."
Il paradosso della responsabilità
Se è condivisibile l'appello alla responsabilità individuale dei ragazzi e delle famiglie, ed è sacrosanto il "chapeau" ai genitori della ragazza che non hanno cercato capri espiatori nella scuola… tuttavia, il messaggio finale di Don Paolo VOLPE risulta ambivalente: da un lato minaccia di non voler perdere "casa e libertà" per le bravate altrui, dall'altro strizza l'occhio a quelle stesse bravate definendole parte di un cammino verso la pienezza.
Ti è stata utile questa notizia? Aiutaci a restare liberi e gratuiti: offrici un caffè qui: https://www.paypal.com/pool/9oKV6s3or1?sr=wccr
Secondo molti, diversamente, l'educazione non si fa con la complicità ma con l'autorevolezza.
Forse - chiediamo a don Paolo chiudendo qui la vicenda coma etilico svanito grazie ad un "miracolo" - prima di chiedere ai ragazzi di "stare al mondo", noi adulti dovremmo chiederci se siamo ancora capaci di abitare il nostro ruolo con la dignità e il decoro che esso richiede; possibilmente senza dover per forza raccontare di quando camminavamo sui tetti solo per vederci accettati e sentirci ancora parte del branco.




