INTRIGHI, PAPI E SCIENZIATI: QUANDO IL DESTINO DI BOCCOLINO INCROCIO' LEONARDO
A 540 anni dall'epica resistenza contro il Trivulzio, la parabola internazionale del Malagrampa riaffiora tra la macabra fine di Innocenzo VIII, i messi inviati fino al Sultano di Costantinopoli e i taccuini di Leonardo Da Vinci al Castello Sforzesco. Una grande storia dimenticata che attende ancora un pieno riscatto

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di Sandro PANGRAZI
Ci sono incroci della Storia che lasciano senza fiato.
Se vi dicessimo che il destino dell'osimano più celebre e ribelle del Quattrocento si è incrociato, negli stessi spazi e negli stessi giorni, con il genio assoluto di Leonardo da Vinci?
Non è la trama di un romanzo storico, ma la cronaca documentata di quanto accadde a Milano nei primi anni novanta del XV secolo.
Protagonisti: Ludovico il Moro, Leonardo, e il nostro Boccolino Guzzoni, passato alla storia come il "Malagrampa".
Boccolino, in un pregiato arazzo fiorentino, si prostra a Lorenzo il Magnifico
Il Trivulzio e il "Papa del sangue"
Tutto ha inizio tra le nostre antiche mura.
Boccolino aveva un grande sogno, oggi completamente dimenticato: fare di Osimo la propria Signoria, indipendente dallo Stato pontificio.
Proprio per aver tenuto testa alle truppe pontificie e aver difeso Osimo fino allo stremo nel sanguinoso assedio del 1486-1487, Boccolino Guzzoni era diventato l'incubo di Papa Innocenzo VIII.
Pur di non cedere, l'osimano tentò una mossa diplomatica che all'epoca fece tremare l'Europa cristiana: inviò messi fino a Costantinopoli, appena conquistata 30 anni prima dai turchi, offrendo le chiavi della città e della Marca al potente Sultano ottomano Bayezid II; con ciò sperando nello sbarco delle navi turche lungo la costa adriatica.
A piegare la tenace resistenza osimana, prima dell'arrivo di aiuti da Oriente, fu però inviato uno dei più potenti generali dell'epoca: il milanese Gian Giacomo Trivulzio, detto "il Magno", posto dal Papa a capo dell'esercito della coalizione.
Costretto alla resa dal Trivulzio, Boccolino dovette abbandonare la città e la Marca. Poco dopo il destino si vendicò sul Pontefice in un modo a dir poco spettrale. Nell'estate del 1492, mentre l'osimano cercava un nuovo futuro a Milano, Papa Innocenzo VIII si spegneva a Roma a causa di una malattia che lo aveva ridotto in uno stato vegetativo.
Nel disperato tentativo di salvarlo, un medico propose un rimedio mai tentato prima: infondere nel corpo del Papa il sangue di tre ragazzi sani, tutti di dieci anni, per trasmettergli la loro linfa vitale.
L'esperimento fu un disastro: i tre bambini morirono dissanguati e il Papa li seguì nella tomba pochi giorni dopo, il 25 luglio 1492, passando alla storia come il protagonista della prima e più macabra trasfusione di sangue documentata nella Storia.

Leonardo e Boccolino: l'incontro possibile nel cuore del Castello Sforzesco
Sconfitto sul campo dal Trivulzio e morto il Papa suo grande nemico, Boccolino trovò rifugio proprio a Milano, la patria del suo antico assediante.
Il Duca Ludovico il Moro, che amava circondarsi dei migliori talenti militari e artistici dell'epoca, prese l'osimano al suo servizio, offrendogli una condotta militare e ospitalità a corte.
Negli stessi identici anni (tra il 1482 e il 1499), Leonardo da Vinci viveva a Milano come ingegnere di corte.
È storicamente certo che i due frequentassero gli stessi ambienti del Castello Sforzesco. Possiamo quasi immaginarli, in un freddo pomeriggio del 1493, incrociarsi sotto le volte della Sala della Rocchetta.
Da un lato il condottiero osimano, con l'armatura segnata dalle cicatrici dell'assedio e lo sguardo fiero di chi non trema davanti a nessun sovrano; dall'altro lo scienziato toscano, con le dita sporche di carboncino e i taccuini pregni di schizzi dell'Ultima cena sotto il braccio.
«Voi siete l'osimano che ha mandato i messi a Costantinopoli da Bayezid II per tirare i Turchi fin dentro la Marca?», potrebbe aver chiesto Leonardo, affascinato da quella mente ribelle, mentre disegnava una delle sue micidiali balestre giganti.
E Boccolino, appoggiato alla spada, potrebbe aver risposto con il tipico orgoglio nostrano: «Ingegniere, per difendere la mia terra sarei pronto a scatenare l'inferno e ad allearmi anche con il Gran Turco.
Voi pensate alle vostre macchine, che alle spade ci pensiamo noi».
Due figli del Rinascimento, uno guidato dall'intelletto, l'altro dalla forza.
L'intrigo internazionale e il tragicissimo epilogo
Ma la Milano del Moro era una polveriera di paranoie e spie.
Alla fine del 1493, gli agenti segreti del Duca intercettarono lettere compromettenti: Boccolino stava tramando nell'ombra, forse vendendosi ai francesi (ironia della sorte, la stessa fazione a cui si legherà più tardi proprio il Trivulzio) o agli aragonesi di Napoli.
L'accusa fu immediata e spietata, forse anche su mandato della Chiesa: alto tradimento.
Boccolino venne rinchiuso nelle segrete e torturato.
Il 14 giugno 1494, mentre l'Europa intera commentava ancora la strabiliante scoperta dell'India (o meglio dell'America) da parte di Colombo, a Milano si consumava il dramma osimano.
Boccolino detto il Malagrampa venne condotto in piazza e impiccato come un criminale comune.
Per un nobile militare, la corda al collo era l'umiliazione suprema.
Leonardo da Vinci si trovava a Milano quel giorno e, da uomo sensibile e vicino alle sofferenze umane, fu testimone oculare del clima di terrore che inghiottì il capitano osimano.
Oggi: 532 anni dal patibolo, 540 anni dalla "caduta"
A rendere ancora più urgente questa riflessione ricorre una coincidenza temporale straordinaria.
Quest'anno compiono esattamente 540 anni dall'inizio di quell'epico assedio del 1486 che vide le nostre antiche mura capitolare.
Un evento rarissimo per Osimo: in oltre 2.200 anni di gloriosa storia, la roccaforte è caduta militarmente soltanto tre volte (sotto Belisario nel 539, con Trivulzio nel 1487 e infine con le truppe napoleoniche nel 1797).
Sono trascorsi, invece, 532 anni da quel tragico cappio milanese che stroncò la vita del Malagrampa.
Eppure, a guardare la Osimo di oggi, viene da riflettere.
A parte la doverosa intitolazione della piazza principale, Piazza Boccolino – che ogni giorno accoglie i passi distratti di migliaia di cittadini – la città sembra aver fatto ben poco per valorizzare, studiare e ricordare degnamente una figura di tale caratura storica e internazionale.
Mentre altre località italiane costruiscono festival, rievocazioni d'avanguardia e centri studi attorno ai propri condottieri, la memoria del Malagrampa rischia di rimanere schiacciata nel cliché del semplice "ribelle di provincia".
Ricordare che la sua parabola finale si è consumata intrecciandosi con la vita del più grande genio della storia umana ci restituisce una certezza: la nobiltà della nostra città non è mai stata archiviata come una vicenda minore, ma un tassello fiero, drammatico e interconnesso con la grande storia d'Italia.
Sarebbe tempo (e bello) che Osimo torni a rendersene conto.
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