ACQUAROLI BRINDA AGLI AFFARI DI VERONA: MEZZO MILIONE PER L'ESTERNA DI VINITALY AD ANCONA, PROMOZIONE USA E GETTA
Mentre la Giunta brucia risorse per affittare il prestigio altrui, i nostri vignaioli restano senza un evento per far decollare i vini marchigiani. La vera sfida non è pagare il dazio a Verona, ma investire quel mezzo milione per fondare una "Borsa del Vino marchigiano": un polo fieristico autonomo e permanente che trasformi la nostra sapienza millenaria in un patrimonio di proprietà dei nostri produttori. Uno spazio capace di durare nel tempo e non solo lo spazio di un fine settimana


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C’è un’ugola che non mente, quella del consumatore; e c’è un’economia che non perdona, quella dei bilanci regionali.
Il prossimo ottobre, Ancona diventerà il palcoscenico di Vinitaly, evento a colpo sicuro importato da Verona.
Luci, incontri e fiumi di vino animeranno il capoluogo dorico, oscurando di proposito il rischio che tutto si riduca a un fuoco di paglia delle istituzioni, bruciando in un solo fine settimana una ricchezza che meriterebbe ben altra cura e, soprattutto, ben altra indipendenza.

Il Governatore Francesco ACQUAROLI annuncia l'arrivo di Vinitaly ad Ancona per ottobre: tre giorni in chiave elettorale (pro Comunali) senza benefici effettivi per il settore vitinicolo regionale. In compenso sicuro l'esborso regionale bruciato per "affittare" il brand veronese: dai 400.000 ai 600.000€
L’Asse Fratelli d’Italia-Lega: un brindisi politico sulle spalle dei marchigiani
La regia di questa operazione è firmata da Francesco ACQUAROLI (Fratelli d’Italia), Governatore che (come nell'altra legislatura) tiene stretta a sé la preziosa delega (= visibilità) al Turismo, nonchè dal vice Presidente leghista Enrico ROSSI, Assessore all’Agricoltura.
Un asse politico che sembra vittima di un abbaglio: vogliono la moglie ubriaca e la botte piena.
Vogliono subito la botte piena, ovvero la gloria delle nostre eccellenze, ma anziché investire nel settore "inventando" un appuntamento che dia smalto alle eccellenze marchigiane, hanno scelto la scorciatoia della moglie ubriaca: vale a dire la pappa fatta altrove (a Verona), il risultato mediatico immediato, facile e preconfezionato del marchio veneto.
ROSSI, pur venendo da una terra di tradizioni antiche e nobili come Cartoceto, sembra aver dimenticato che la dignità di una regione vitivinicola non si affitta a ore.
Pagare per farsi notare sotto l'ombrello di un marchio prestigioso quanto vuoi ma estraneo alle nostre colline e ai nostri sapori, è l'ammissione esplicito di un fallimento strategico: la rinuncia in partenza a costruire una "Casa del Vino Marchigiano" per preferire un precariato d'oro a servizio dell'ombrello di Verona.
Il conto che non torna: più di mezzo milione bruciato in un fine settimana!
Parliamo di "palanche", così ACQUAROLI non avrò difficoltà a capire.
Quanto ci costa questa passerella di appena tre giorni? Se guardiamo a operazioni simili, l'investimento per "comprare" una tappa di questo livello si aggira realisticamente tra i 400.000 e i 600.000 euro.
Facciamo mezzo milione di euro per starci dentro. Un piccolo patrimonio dei marchigiani bruciato in quarantotto ore.
Una cifra che grida vendetta se pensiamo che con la stessa somma si potrebbe finanziare la promozione reale, non a cin cin nei salotti, di 50 piccole cantine locali presso mercati esteri per un anno intero; o creare finalmente quel polo fieristico regionale che, una volta avviato, resterebbe nostro per sempre anche dopo il fine mandato di ACQUAROLI.
Invece la Regione preferisce staccare un assegno a Veronafiere. È il prezzo del prestigio a noleggio: arriverà il lunedì mattina e i camion veneti avranno smontato i tendoni; a quel punto le nostre cantine saranno di nuovo sole, ma con molte meno speranze da un bilancio regionale forzatamente più leggero.

Anche Giorgia MELONI ha preso parte all'annuncio e al cin cin beneaugurale, a conferma dell'interesse governativo-regionale verso il capoluogo
La geografia dei Brodetti: un’offesa alla nostra sapienza
Nelle Marche il vino è l'altra metà del piatto, una sapienza marinara che ACQUAROLI e ROSSI sembrano voler ridurre a un semplice contorno per turisti distratti.
Ogni porto ha il suo Brodetto e ogni Brodetto esige il suo vino:
Ancona pretende il Rosso Conero per il suo brodetto denso e verace.
Fano sposa il Bianchello del Metauro per la sua nota di aceto e pepe.
Porto Recanati vuole il Verdicchio dei Castelli di Jesi per esaltare lo zafferano selvatico.
San Benedetto del Tronto esige il Pecorino di Offida per domare il piccante e l'agro della sua ricetta.
Per restare in cantina abbiamo pezzi unici come la Lagrima di Morro d’Alba, il Vino Cotto e la Visciola.
Tesori per le nostre ugole che non hanno nulla da invidiare a nessuno, men che meno ai colossi industriali del Nord.
Dover chiedere il permesso a Verona per mostrare queste gemme è un'offesa all'intelligenza dei nostri produttori e alla storia dei nostri cuochi.
L'orizzonte corto della convenienza
In definitiva, il peccato originale di questa operazione è la mancanza di respiro.
Si punta tutto sull’effetto immediato, sulle luci della ribalta che si spegneranno irrimediabilmente un minuto dopo la fine dell’evento.
I marchigiani sanno che la terra non regala frutti a chi non ha la pazienza di seminare e attendere.
Una politica che vale si misura nel tempo, nella capacità di costruire pilastri che restano per le generazioni future, non misurati in previsione delle prossime elezioni.
Cercare il consenso facile con il marchio di altri è il sintomo di una classe dirigente che ha smesso, ancor prima di iniziare, di sognare in grande per le Marche.
Se vogliamo che i nostri vini, le nostre bontà escano dalle nicchie che le hanno sin qui preservate per uscire allo scoperto, apprezzate dal mercato nazionale ed internazionale, dovremmo avere il coraggio di essere noi i proprietari di casa e noi i padroni del nostro destino, senza elemosinare visibilità, oltretutto a caro prezzo.
La botte delle Marche è piena di eccellenza; servirebbe una politica regionale che non la svuoti per ricavare un banale brindisi elettorale.




